{"id":613,"date":"2018-11-09T11:05:38","date_gmt":"2018-11-09T11:05:38","guid":{"rendered":"https:\/\/blogs.history.qmul.ac.uk\/litcaricature\/?p=613"},"modified":"2024-10-02T08:43:09","modified_gmt":"2024-10-02T08:43:09","slug":"la-guerra-quotidiana-kraus-bontempelli-delfini","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blogs.history.qmul.ac.uk\/litcaricature\/2018\/11\/09\/la-guerra-quotidiana-kraus-bontempelli-delfini\/","title":{"rendered":"Daily War. Kraus, Bontempelli, Delfini"},"content":{"rendered":"<p><em>One hundred years ago, on November 11, was signed the armistice that ended the First World War. I propose here a reflection on the relationship between the war and the media system, as elaborated in literary texts.\u00a0\u00a0<\/em><\/p>\n<h3 style=\"text-align: left\">Nessuna poesia pu\u00f2 essere l\u2019immagine fedele del nostro mondo. La fedele, la tremenda immagine del nostro mondo \u00e8 il giornale. \u00c8 un pozzo di sapere. Non sa niente. Continua a voler sapere.<\/h3>\n<h3 style=\"text-align: left\">Elias Canetti, <em>Il cuore segreto dell\u2019orologio<\/em><\/h3>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<h3 style=\"text-align: left\">Dormi ma senti frinire<br \/>\nremote<br \/>\nle rotative<br \/>\nrotanti nell\u2019oscurit\u00e0<br \/>\nper dare forma<br \/>\nall\u2019aldiqu\u00e0.<\/h3>\n<h3 style=\"text-align: left\">Valerio Magrelli, <em>Didascalie per la lettura di un giornale<\/em><\/h3>\n<p><a href=\"https:\/\/blogs.history.qmul.ac.uk\/litcaricature\/2018\/11\/09\/la-guerra-quotidiana-kraus-bontempelli-delfini\/stampa_guerra\/\" rel=\"attachment wp-att-614\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-614\" src=\"https:\/\/blogs.history.qmul.ac.uk\/litcaricature\/files\/2018\/11\/stampa_guerra.jpg\" alt=\"\" width=\"700\" height=\"394\" srcset=\"https:\/\/blogs.history.qmul.ac.uk\/litcaricature\/files\/2018\/11\/stampa_guerra.jpg 700w, https:\/\/blogs.history.qmul.ac.uk\/litcaricature\/files\/2018\/11\/stampa_guerra-300x169.jpg 300w, https:\/\/blogs.history.qmul.ac.uk\/litcaricature\/files\/2018\/11\/stampa_guerra-500x281.jpg 500w\" sizes=\"auto, (max-width: 700px) 100vw, 700px\" \/><\/a><!--more--><em>\u00a0<\/em><\/p>\n<ol>\n<li><strong> Edizione straordinaria!<\/strong><\/li>\n<\/ol>\n<p>In una lettera del 29 luglio 1915 Karl Kraus scrive a Sidonie N\u00e1dhern\u00fd che l\u2019opera nella quale \u00e8 impegnato comincer\u00e0 con il \u00abquotidiano, ineludibile, orrendo grido: Edizione straordinaria!\u00bb. Il ritornello mediatico \u00e8 il <strong>metronomo della guerra<\/strong>, e organizza la folla di voci anonime che si intrecciano sulla scena de <em>Gli ultimi giorni dell\u2019umanit\u00e0<\/em>. Il trauma bellico non solo \u00e8 amplificato in tempo reale dalla sua rappresentazione mediale, ma \u00e8 anche preparato e strutturato dalla tensione sociale alimentata dal sistema della comunicazione.<\/p>\n<p>Nel suo saggio su Kraus, Walter Benjamin nota che il giornalismo, obiettivo della polemica di Kraus, viene assorbito dallo scrittore come modello formale, e sabotato dall\u2019interno, attraverso la deformazione di stilemi e stereotipi La demistificazione che Kraus pratica nei confronti della convenzionalizzazione del pensiero e del linguaggio si risolve nell\u2019assunzione del <em>collage<\/em> giornalistico come contrappunto strutturale e compositivo alle retoriche della <strong>stupidit\u00e0 sociale<\/strong>. La forma critica di Kraus \u00e8 imitativa: egli cattura nel proprio discorso, modulandole come in un\u2019esecuzione vocale, le parole <em>comuni<\/em>; si fa collettore del brusio sociale, per mostrarne la violenza latente. Kraus cita il giornale per riappropriarsi della parola, per sottrarre il linguaggio alla sua devitalizzazione. La citazione \u00abchiama la parola per nome, la strappa dal contesto che distrugge, ma proprio per questo la richiama anche alla sua origine\u00bb, scrive Benjamin.<\/p>\n<p>Nel contesto semiotico profondamente interrelato del Novecento la scrittura letteraria sperimenta soluzioni stilistiche e forme testuali che si ibridano con le piattaforme espressive, i modelli formali e le strategie retoriche introdotte dai media, e in particolare, nella prima parte del secolo, dalla stampa periodica. \u00abL\u2019ibrido\u00bb, ha scritto <strong>McLuhan<\/strong>, \u00abossia l\u2019incontro tra due media, \u00e8 un momento di verit\u00e0 e di rivelazione dal quale nasce una nuova forma\u00bb, un urto che modifica le \u00abfrontiere che vengono a stabilirsi tra le forme\u00bb.<\/p>\n<p>Il gesto di Kraus istituisce dunque una omologia, e una mutua determinazione, tra le forme concettuali dei media e il tentativo di concettualizzare un\u2019esperienza esorbitante come quella della guerra. La forma del mondo restituita dall\u2019esperienza bellica e dalla sua <em>trasmissione<\/em> mediale \u00e8 frammentaria, ripetitiva, caotica, contraddittoria, affollata di segni incomprensibili. Porta impressa una deformazione integrale dei paradigmi spaziali e temporali, che pu\u00f2 essere verificata anche nelle trasformazioni che interessano le forme letterarie.<\/p>\n<ol start=\"2\">\n<li><strong> La trincea urbana<\/strong><\/li>\n<\/ol>\n<p>Nel dittico di romanzi di <strong>Massimo Bontempelli<\/strong> <em>La vita intensa <\/em>(1920) e <em>La vita operosa<\/em> (1921), l\u2019elaborazione cognitiva della guerra si imprime sulle forme della scrittura, innescando la disintegrazione della struttura romanzesca, e la rappresentazione di una tensione psichica diffusa, immanente alla \u201cvita intensa e operosa\u201d della citt\u00e0, surriscaldata dalla pressione semiotica dei media.<\/p>\n<p><em>La vita intensa <\/em>e <em>La vita operosa<\/em> raccontano le avventure e i pensieri di un reduce della prima guerra mondiale, <em>fl\u00e2neur<\/em> in uno spazio urbano strutturato dalle forme concettuali della comunicazione. Il testo diventa una sorta di nastro magnetico che registra l\u2019impronta della bellicizzazione dell\u2019esperienza, scandita dalla violenza delle feroci quanto insignificanti <em>emergenze <\/em>quotidiane, e della nuova guerra determinata dalla lotta per la sopravvivenza interna al regime capitalistico. \u00ab<strong>Correva il primo anno del dopoguerra<\/strong>\u00bb, \u00e8 l\u2019incipit che sancisce le coordinate temporali, sociali, psichiche entro le quali si svolgono le avventure narrate da Bontempelli nei dieci \u00abromanzi sintetici\u00bb che compongono <em>La vita intensa<\/em>. Ma anche l\u2019altra anta del dittico, <em>La vita operosa<\/em>, si apre con un ricordo militare, che istituisce esplicitamente una omologia tra la guerra e la sua prosecuzione con altri mezzi: il dopoguerra. La voce narrante parla di un manuale utilizzato durante l\u2019addestramento militare, che illustrava le diverse possibilit\u00e0 di orientamento in uno spazio aperto, rappresentando un sapere che non deve andare disperso in tempo di pace. Anche la citt\u00e0 del dopoguerra infatti richiede simili capacit\u00e0 di orientamento:<\/p>\n<blockquote><p>Quando, due mesi dopo l\u2019armistizio, rientrai (come dicevamo allora) in Italia, mi sono trovato nella citt\u00e0 di Milano, aperta campagna per le maggiori battaglie della vita, senza bussola, n\u00e9 orologio, n\u00e9 sole, n\u00e9 stelle. Ho girato dunque per la citt\u00e0 respirando la vita e cercando affannosamente un albero per vedere da che parte sta il nord.<\/p><\/blockquote>\n<p>La citt\u00e0 \u00e8 il fronte, ma un fronte nel quale la guerra da combattere \u00e8 \u00abfare molti quattrini\u00bb, secondo il refrain che percorre <em>La vita operosa<\/em>. Al reduce sono richieste nuove competenze strategiche per compiere la \u00abguerreggiante conquista della vita\u00bb.<\/p>\n<p>La citt\u00e0 protagonista dei romanzi di Bontempelli \u00e8 <strong>il fronte dopo il fronte<\/strong>, \u00e8 una \u00abzona di fuoco\u00bb. Allo stesso tempo lo spazio della citt\u00e0 \u00e8 uno spazio mediale, uno spazio strutturato e saturato dalle forme della comunicazione. Una dimensione aperta, esposta, relazionale, nella quale la psiche individuale \u00e8 resa fortemente permeabile, soggetta all\u2019interazione e all\u2019aggregazione con le altre menti. Come ha spiegato McLuhan, il sistema dei media elettrici crea uno spazio di risonanza e di compresenza, \u00e8 una convocazione collettiva dei gruppi umani che indebolisce la loro partizione interna in individualit\u00e0 definite. La prima guerra mondiale, del resto, \u00e8 stata la prima guerra compiutamente di massa, in cui il valore dell\u2019individuo \u00e8 stato strutturalmente subordinato alla difesa degli agglomerati sociali.<\/p>\n<p>Nei due romanzi di Bontempelli dunque agisce una \u00abmente finzionale\u00bb modellata da questo spazio urbano <em>mediatizzato<\/em>, dalla dimensione esposta dell\u2019interazione sociale. Lo spazio della citt\u00e0 crea una <strong>mente collettiva<\/strong> che interferisce con le menti individuali, le determina, le attraversa. La <em>vita intensa <\/em>della citt\u00e0 struttura una forma della cognizione socialmente distribuita, estesa, che si dispiega in una dimensione intersoggetiva. E si comporta come una super-narrazione, che non \u00e8 generata da una mente individuale, ma include le menti individuali, fa delle menti i nodi del proprio procedere. La citt\u00e0 \u00e8 una narrazione che orchestra le intelligenze singole, organizza l\u2019immersione dell\u2019individuo nell\u2019ambiente, struttura il flusso percettivo e semiotico che \u00e8 l\u2019esperienza del mondo. Il racconto della citt\u00e0 diventa un dispositivo che non \u00e8 utilizzato dalla mente, ma <em>agisce<\/em> sulla mente. La citt\u00e0 intensa e operosa di Bontempelli dunque \u00e8 un <strong>sistema cognitivo<\/strong>, \u00e8 letteralmente dotata di una mente autonoma. \u00c8 un\u2019unit\u00e0 intermentale, la cui interconnessione interna \u00e8 strutturata dalle regole d\u2019ingaggio della guerra, e dalla pressione intercorporea dei media.<\/p>\n<p>La pressione semiotica che si dispiega nello spazio della citt\u00e0 prende le sembianze di voci disincarnate, di un ventriloquio emesso dalla citt\u00e0 stessa. La citt\u00e0 grida attraverso ogni suo rumore, ogni sua insegna, ogni sua apparizione, le parole d\u2019ordine della vita moderna, che sono anche una volontaristica cancellazione del ricordo incombente della morte esperita nelle trincee:<\/p>\n<blockquote><p>La Volont\u00e0 di vivere gridava dalle ruote delle carrozze e dalle campanelle dei tranvai. La commentavano gli strilloni dei giornali e i banditori davanti alle porte dei cinematografi.<\/p><\/blockquote>\n<p>C\u2019\u00e8 una voce demoniaca che accompagna costantemente il personaggio, e lo istiga ad agire: \u00abIl Diavolo, che qualche volta giunge invisibile fino al mio fianco e all\u2019orecchio mi consiglia certe malizie torbide, me ne sugger\u00ec una in quel momento\u00bb. Il personaggio \u00e8 parlato e agito da voci collettive, dalla stratificazione e accumulazione delle parole altrui. Assorbe la parola sociale, le formule e le sclerotizzazioni del <strong>linguaggio pubblico<\/strong> veicolate dai media, le espressioni tipiche del gergo pubblicistico: \u00abIo m\u2019ero svegliato quella mattina con una frase in capo, venutavi chi sa donde, ed era questa: \u201cLa standardizzazione del ferro&#8230;\u201d\u00bb.<\/p>\n<p>Alle voci incorporee, alle allucinazioni uditive che attraversano la citt\u00e0 \u00e8 affidata l\u2019interconnessione sociale: le voci sono il collante fantasmatico che costringe le persone a interagire, in una perpetua trasformabilit\u00e0 delle sostanze, nell\u2019instabilit\u00e0 e nell\u2019inconsistenza degli stati psichici e fisici. La <strong>penetrabilit\u00e0 dei corpi<\/strong> prodotta dall\u2019ambiente mediale radicalizza lo choc baudelairiano della folla, l\u2019esperienza del contatto con la massa urbana.<\/p>\n<p>La potenza della folla \u00e8 violenza ed \u00e8 <strong>riemersione della guerra in tempo di pace<\/strong>. Lo scherzo organizzato dal personaggio ai danni di una tabaccaia si trasforma in una tragedia cruenta, un triplice omicidio e suicidio che avviene nell\u2019orgia di una \u00abfolla ululante\u00bb, ed echeggia tra l\u2019altro la cronaca nera che diventer\u00e0 strutturale nella quotidianit\u00e0 delle societ\u00e0 della \u201cpace\u201d, come molecolarizzazione interna della guerra. Le situazioni collettive sono percorse da una violenza latente. La folla \u00e8 pregiudizialmente ostile, \u00e8 sempre potenzialmente la fonte di un pericolo, come in una giungla. L\u2019altro \u00e8 il portatore di una minaccia mortale. Uno dei romanzi de <em>La vita intensa<\/em> si conclude con una scena di quiete, di rilassamento dopo la frenesia delle peripezie quotidiane. Il protagonista si concede il piacere dell\u2019ultima sigaretta prima del sonno, ma un passante lo urta e gli fa cadere la sigaretta sulla strada bagnata. La reazione a questo evento \u00e8 una disperazione cosmica, il senso di una insostenibilit\u00e0 dell\u2019esistenza che conduce a un fumettistico suicidio:<\/p>\n<blockquote><p>Non seppi sopportare il pensiero della disavventura presente e l\u2019aspettazione di un domani da cui mi separavano poche ore notturne; e venni in una cos\u00ec cupa e gelata disperazione, che tratta una rivoltella mi sparai tre colpi alla tempia, rimanendo sull\u2019istante cadavere.<\/p><\/blockquote>\n<p>La morte \u00e8 sempre in agguato nella <strong>trincea urbana<\/strong>, e il personaggio ritrova la desolazione della guerra anche nel caff\u00e8 intellettuale che era solito frequentare, luogo simbolico dell\u2019elaborazione collettiva e pubblica dell\u2019esperienza e delle forme della modernit\u00e0. Il caff\u00e8 \u00e8 un microcosmo del pensiero, una citt\u00e0 nella citt\u00e0, un\u2019unit\u00e0 intermentale che rivela l\u2019omologia tra lo spazio dell\u2019interconnessione mediale e culturale, e lo spazio dell\u2019interconnessione violenta, dello scontro cruento e della guerra. Quando la voce narrante torna da reduce a visitare il caff\u00e8, a uno sguardo obliquo lo spazio della comunit\u00e0 e della comunicazione, come per un\u2019anamorfosi, si rivela una trincea:<\/p>\n<blockquote><p>C\u2019erano molte persone, e un colore diverso da quello d\u2019un tempo. [&#8230;] Appena entrato, senza che s\u00f9bito mi rendessi conto della causa, mi sorprese un ricordo del fronte: rividi in un lampo stendersi Valdirose fra Tarnova e San Marco, dolce valle in un\u2019aria d\u2019autunno, recisa duramente da un reticolato che s\u2019arrampicava per una china ripida. Invece ero in un caff\u00e8, che ha nome di ritrovo elegante.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p><\/blockquote>\n<ol start=\"3\">\n<li><strong>Notizie dalla fine del mondo<\/strong><\/li>\n<\/ol>\n<p>Le modalit\u00e0 discorsive e le strategie di organizzazione delle informazioni elaborate dalla stampa periodica rappresentano per <strong>Antonio Delfini<\/strong> un modello, seppure conflittuale, di accesso alla realt\u00e0, una possibilit\u00e0 di comprensione e trascrizione dell\u2019esperienza. Il giornale per Delfini \u00e8 una metafora pervasiva della forma caotica assunta dal mondo, della labilit\u00e0 della sua consistenza e delle sue strutture, della compresenza e della simultaneit\u00e0 degli avvenimenti. Allo stesso tempo offre un repertorio espressivo, una griglia concettuale che rende praticabile la registrazione e la ricostruzione narrativa, scandita da punti di riferimento logici e cronologici, dei frammenti altrimenti dispersi dei quali si compongono l\u2019esistenza individuale e la storia collettiva.<\/p>\n<p>Nelle <em>Poesie della fine del mondo<\/em>, pubblicate da Feltrinelli nel 1961, Delfini si serve di notizie e frammenti del <strong>discorso sociale veicolato dai media<\/strong>, rifunzionalizzato non pi\u00f9 seguendo la tecnica del <em>collage<\/em>, come aveva fatto precedentemente, ma assorbendo i materiali mediali nel discorso poetico, e nascondendo le suture tra reimpiego e invenzione. Nella poesia <em>La prima notte di nozze<\/em> si legge:<\/p>\n<blockquote><p>Pensieri attuali rispondo:<br \/>\nNon si tocca statuto a Berlino.<\/p><\/blockquote>\n<p>Dove il secondo verso \u00e8 certamente un titolo giornalistico, e il primo una rivelazione metapoetica, la condensazione dei processi cognitivi che presiedono alla composizione della poesia: Delfini concepisce pensieri <em>attuali<\/em>, sui quali interferisce il flusso dei segni che danno forma all\u2019attualit\u00e0, pensieri <em>deformati <\/em>dalle retoriche e dalle costrizioni espressive dei discorsi \u201ccorrenti\u201d. Le poesie di Delfini provengono da una dimensione colonizzata dall\u2019immaginario e dal linguaggio del discorso sociale, attraversata da tutte le <strong>interferenze semiotiche<\/strong> generate dalla fase acuta della modernit\u00e0 tecnologica. La scrittura poetica \u00e8 forzata a seguire i ritmi e i modi di produzione dell\u2019apparato tecnico-scientifico e delle sue manifestazioni retoriche: \u00abTutti i giorni una poesia dalla galera della tecnica nuova\u00bb, scrive Delfini in uno dei suoi quaderni degli anni Cinquanta. Lo schema che programma la scrittura proviene dal repertorio esperienziale della comunicazione quotidiana.<\/p>\n<p>La forma dei media quotidiani compendia le caratteristiche psichiche della condizione umana nell\u2019et\u00e0 elettrica. Nel \u00abbaratro pauroso delle notizie dei giornali\u00bb, scrive Delfini,<\/p>\n<blockquote><p>l\u2019anima si sperde in sogni che non hanno e non ricevono simpatia. Si \u00e8 piccoli: poich\u00e9 si vorrebbe esser tutto ci\u00f2 che fanno gli altri uno per uno.<\/p><\/blockquote>\n<p>La stampa periodica non si limita a influenzare l\u2019opinione pubblica o il costume: imprime le proprie strutture nelle abitudini cognitive dell\u2019uomo, modella la mente e le modalit\u00e0 della sua interazione col mondo.<\/p>\n<p>La condivisione di una narrazione del quotidiano tuttavia non riesce a schermare integralmente gli individui dal contatto con la pressione psichica esercitata dalla massa dei segni e dei fatti pubblici. Al contrario: incorporato nell\u2019apparato tecnico-industriale, il giornale diventa uno strumento del compiersi dei fenomeni collettivi, un\u2019emanazione del potere politico-economico che lo utilizza per indirizzare opinioni e comportamenti, e in particolare, secondo McLuhan, per <strong>surriscaldare le passioni<\/strong>, alimentare la tensione sociale, e in definitiva predisporre il sentimento comune alla guerra. I fatti quotidiani avanzano al ritmo e alla musica di una grande parata civile che \u00e8 sempre sul punto di trasformarsi in una marcia militare. La parata che Delfini descrive nel suo <em>10 giugno 1918<\/em> (un racconto dal titolo \u201cgiornalistico\u201d, che <em>rima<\/em> con il joyciano 6 giugno 1904) \u00e8 un evento pubblico che, a partire dal funerale di un garibaldino, produce un crescente surriscaldamento patriottico, e immette direttamente nel clima della guerra, con la rappresentazione rituale della partenza dei soldati per il fronte, non troppo lontana da quella utilizzata da C\u00e9line come innesco del suo <em>Voyage au bout de la nuit<\/em>.<\/p>\n<p>Nel vortice della parata il bambino protagonista del racconto di Delfini sperimenta sul proprio corpo, senza mediazioni intellettuali, <a href=\"http:\/\/www.gabrielefrasca.it\/14-la-scimmia-di-dio-lemozione-della-guerra-mediale\/\">l\u2019emozione della guerra mediale<\/a>, lo choc della prima guerra tecnologica, combattuta nelle trincee della comunicazione, agente di profonde modificazioni percettive, fisiologiche, memoriali; trauma che determina, secondo l\u2019intuizione di Benjamin, l\u2019afasia del narratore, l\u2019indicibilit\u00e0 dell\u2019esperienza, surrogata dall\u2019immediatezza dell\u2019informazione, e quindi ricostruibile solo attraverso l\u2019impronta, la traccia mediale che lascia sulla psiche.<\/p>\n<p>Il Novecento ha elaborato questa frattura originaria, approfondita e complicata dalla virtualizzazione e parcellizzazione dell\u2019esperienza, attraverso la metafora concettuale della frammentazione mediale, della <strong><em>periodicizzazione<\/em> del mondo<\/strong>, che viene non soltanto esperito, ma letteralmente <em>creato<\/em> al ritmo sincopato e ripetitivo dei media e, nel caso specifico di Delfini, della stampa. La discontinuit\u00e0 del reale viene metaforizzata dal rispecchiamento tra la frantumazione bellica e la sua rappresentazione mediale. E cos\u00ec si pu\u00f2 tornare a Karl Kraus che sintetizza il rombo della guerra nel \u00abquotidiano, ineludibile, orrendo grido: Edizione straordinaria!\u00bb, le due parole pronunciate dalla prima delle moltissime voci che si intrecciano sulla scena in cui si consumano <em>gli ultimi giorni dell\u2019umanit\u00e0<\/em>. Annunciati da uno strillone, proprio come le <em>poesie della fine del mondo<\/em> sono imbevute di retorica mediale: sia Kraus che Delfini descrivono <strong>un\u2019apocalisse che \u00e8 prima di tutto comunicativa<\/strong>. In una breve narrazione di frammenti stereotipati di esistenza, quasi un catalogo di notizie di cronaca, intitolata <em>La vita<\/em> e pubblicata su \u00abOggi\u00bb nel giugno 1933, Delfini scrive:<\/p>\n<blockquote><p>Si esce al mattino fischiettando, si compra il giornale, si legge ch\u2019\u00e8 scoppiata la guerra e gi\u00f9 milioni di morti.<\/p><\/blockquote>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>One hundred years ago, on November 11, was signed the armistice that ended the First World War. 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