{"id":686,"date":"2019-05-08T15:15:44","date_gmt":"2019-05-08T15:15:44","guid":{"rendered":"https:\/\/blogs.history.qmul.ac.uk\/litcaricature\/?p=686"},"modified":"2024-10-02T08:43:09","modified_gmt":"2024-10-02T08:43:09","slug":"doctor-strangelove","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blogs.history.qmul.ac.uk\/litcaricature\/2019\/05\/08\/doctor-strangelove\/","title":{"rendered":"Doctor Strangelove"},"content":{"rendered":"<p><em>The third issue of the journal\u00a0<strong>L&#8217;Et\u00e0 del Ferro\u00a0<\/strong>has just been released. In it I published the following text, responding to the harsh criticisms opposed to the assumption of neurocognitive perspectives in the study of literature, and more in general to the most recent development in the field of humanities, contained in the journal&#8217;s previous issue. The complete title of my intervention sounds\u00a0<strong>Doctor Strangelove or: How I Learned to Stop Worrying and Love the Humanities<\/strong>.\u00a0<\/em><\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/blogs.history.qmul.ac.uk\/litcaricature\/2019\/05\/08\/doctor-strangelove\/strangelove\/\" rel=\"attachment wp-att-687\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-large wp-image-687\" src=\"https:\/\/blogs.history.qmul.ac.uk\/litcaricature\/files\/2019\/05\/Strangelove-1024x576.jpg\" alt=\"\" width=\"584\" height=\"329\" srcset=\"https:\/\/blogs.history.qmul.ac.uk\/litcaricature\/files\/2019\/05\/Strangelove-1024x576.jpg 1024w, https:\/\/blogs.history.qmul.ac.uk\/litcaricature\/files\/2019\/05\/Strangelove-300x169.jpg 300w, https:\/\/blogs.history.qmul.ac.uk\/litcaricature\/files\/2019\/05\/Strangelove-768x432.jpg 768w, https:\/\/blogs.history.qmul.ac.uk\/litcaricature\/files\/2019\/05\/Strangelove-500x281.jpg 500w, https:\/\/blogs.history.qmul.ac.uk\/litcaricature\/files\/2019\/05\/Strangelove.jpg 1280w\" sizes=\"auto, (max-width: 584px) 100vw, 584px\" \/><\/a><\/p>\n<p><!--more--><\/p>\n<ol>\n<li><strong> La stupidit\u00e0 del sapere<\/strong><\/li>\n<\/ol>\n<p>Esistono due grandi tipologie di satira del sapere. Esiste la satira \u201cprogressista\u201d, che ridicolizza l\u2019ottuso ancoraggio ai saperi tradizionali e alle verit\u00e0 indiscutibili. Ed esiste la satira \u201cconservatrice\u201d, che mette in caricatura l\u2019ansia di superamento delle conoscenze acquisite, l\u2019ossessione per l\u2019aggiornamento e l\u2019illusione ottica del <em>nuovo<\/em>, denunciando come un inganno l\u2019idea di poter aggiungere qualcosa di sostanziale a ci\u00f2 che da sempre si sa. Nella prima tipologia rientra il filosofo aristotelico Simplicio, ritratto da Galileo nel <em>Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo<\/em>, che tenacemente rifiuta di <em>vedere <\/em>l\u2019evidenza del sistema copernicano, e diventa l\u2019emblema di una folta schiera di sapienti che negano le verit\u00e0 autoptiche della nascente scienza sperimentale per restare fedeli a ci\u00f2 che hanno visto, una volta per tutte, con gli occhi della mente nelle scritture del Filosofo. Ma della stessa famiglia fanno parte anche i grammatici immortalati da Rabelais, gli eruditi educatori di Pantagruel, letteralmente incatenati all\u2019ingombrante fardello della filosofia scolastica, prigionieri di un sapere meccanico e mnemonico che sta per essere <em>disattivato<\/em> dalla rivoluzione umanistica e rinascimentale.<br \/>\nLa seconda tipologia invece percorre una tradizione che unisce i fraudolenti medici e psicologi di Moli\u00e8re, i quali ostentano un sapere fumoso e ricattatorio che \u00e8 in realt\u00e0 uno strumento per tenere in ostaggio i corpi e le coscienze, alla informata stupidit\u00e0 dei personaggi di Flaubert, dal granitico ottimismo del farmacista Homais agli eroi dell\u2019aggiornamento cieco e coatto Bouvard e P\u00e9cuchet, nei quali agisce una sorta di nichilistica volutt\u00e0 del nuovo per il nuovo, un <em>furor <\/em>del superamento che colloca il sapere nella sfera del consumo, e rende la produzione inesausta di segni complice della opacizzazione del mondo, anzich\u00e9 alleata della comprensione.<br \/>\nA met\u00e0 strada, quasi una sintesi dei due modelli, il nostro don Ferrante, la cui biblioteca registra la perplessit\u00e0 di chi si muove incerto su una faglia tra due diverse e contrapposte concezioni del sapere. Tentato dalle solide certezze della filosofica aristotelica, sistema di pensiero garantito che esonera dalla fatica di pensare, frequentatore delle verit\u00e0 eterne della magia naturale e dell\u2019astrologia, don Ferrante \u00e8 allo stesso tempo prudentemente sbilanciato verso le fascinazioni del nuovo, cautamente incuriosito, ad esempio, dalla teoria politica di Machiavelli, \u201cmariuolo s\u00ec, ma profondo\u201d. Ed \u00e8 un insospettabile lettore del \u201cbarbaro non privo di ingegno\u201d William Shakespeare, i cui libri probabilmente aprono un passaggio segreto che congiunge la biblioteca di don Ferrante e quella di Prospero in <em>The Tempest<\/em>. Entrambi, del resto, hanno risolto il problema del comandare e dell\u2019ubbidire esiliandosi nel ducato della conoscenza.\u00a0E se \u00e8 vero che per il romantico cattolico Manzoni il catalogo della biblioteca \u00e8 un monumento alla volatilit\u00e0 di tutti i saperi, sempre provvisori in quanto <em>troppo umani<\/em>, tutti inesorabilmente disattivati e relativizzati dalla tenuta metastorica della Parola incarnata (non a caso il cardinale Federigo Borromeo <em>non scrive<\/em>, ma agisce), \u00e8 altrettanto vero che il Manzoni illuminista mostra don Ferrante mentre muore di peste prendendosela con le stelle, come un eroe di Metastasio. L\u2019erudito, insieme alla maggior parte dei contemporanei, paga la propria fiducia nelle sezioni della biblioteca che il progresso sta per consegnare all\u2019oblio. Per la vita umana, l\u2019aggiornamento del sapere non \u00e8 poi cosa cos\u00ec <em>vana<\/em>.<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/blogs.history.qmul.ac.uk\/litcaricature\/2019\/05\/08\/doctor-strangelove\/donferrante\/\" rel=\"attachment wp-att-691\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-691\" src=\"https:\/\/blogs.history.qmul.ac.uk\/litcaricature\/files\/2019\/05\/donferrante.jpg\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"285\" \/><\/a><\/p>\n<ol start=\"2\">\n<li><strong> Amare la bomba<\/strong><\/li>\n<\/ol>\n<p>Nel secondo numero de \u00abL\u2019Et\u00e0 del Ferro\u00bb, Matteo Marchesini ha scelto la lente di Moli\u00e8re e di Flaubert per costruire una caustica satira dell\u2019aggiornamento in campo umanistico, che aveva come obiettivo polemico la costellazione di approcci teorici e critici che vanno riuniti sotto la definizione di <em>biopoetica<\/em>. Etichetta suggestiva e sintetica che comprime studi dalle premesse e dagli esiti molto diversi, ma tenuti insieme dal tentativo di applicare allo studio della letteratura le scoperte pi\u00f9 recenti che riguardano la mente, il cervello, e la loro storia evolutiva: dalle scienze cognitive alle neuroscienze, dalla biologia all\u2019antropologia, nella declinazione di un darwinismo culturale che punta a ridefinire in termini evoluzionistici la storia profonda dei fenomeni artistici. Nello specifico, la sferza del critico ha colpito i libri recenti di Michele Cometa (<em>Perch\u00e9 le storie ci aiutano a vivere. La letteratura necessaria<\/em>), e <a href=\"https:\/\/blogs.history.qmul.ac.uk\/litcaricature\/2019\/01\/14\/la-materia-dei-sogni\/\">Alberto Casadei<\/a> (<em>Biologia della letteratura. Corpo, stile, storia<\/em>), dettagliatamente contestati attraverso un\u2019analisi ravvicinata e puntigliosa, una stroncatura in <em>close-reading<\/em> che ha il merito di distinguersi dalle liquidazioni sommarie cui questo tipo di lavori vanno incontro solitamente. Avendo io letto, apprezzato e anche <em>utilizzato <\/em>i due libri in questione, allo spettacolare rifiuto di Marchesini ho reagito con la tentazione di allestire una difesa. Tentazione subito dismessa, per fortuna: primo perch\u00e9 i due accusati hanno in s\u00e9 e nel proprio lavoro i migliori avvocati difensori; poi perch\u00e9 l\u2019appassionata decostruzione di Marchesini offriva l\u2019occasione per fare qualcosa di pi\u00f9: rilanciare sull\u2019idea della \u201cbiopoetica\u201d come \u201carma-fine-di-mondo\u201d della tradizione degli studi umanistici, e quindi cavalcarla euforicamente come il generale King Kong alla fine del film <em>Doctor Strangelove<\/em> di Kubrick cavalca la testata nucleare. Smettere di preoccuparsi della \u201cbomba\u201d, quindi, e coltivare lo <em>strano amore <\/em>per la prospettiva di una conflagrazione dei saperi umanistici che contiene potenzialit\u00e0 costruttive direttamente proporzionali alla minaccia di distruzione.<br \/>\nA questo scopo, per\u00f2, occorre innanzitutto uscire dall\u2019angolo, e cominciare rifiutando, o almeno mettendo sistematicamente tra virgolette, l\u2019etichetta un po\u2019 goffa e stravagante di \u201cbiopoetica\u201d, che ha quasi esclusivamente la funzione di rendere pi\u00f9 facile il compito dei detrattori. Come emerge anche dal testo di Marchesini, la cosiddetta \u201cbiopoetica\u201d \u00e8 parte del pi\u00f9 generale, e per lui deleterio, processo di costituzione delle <em>humanities<\/em>, una riformulazione degli studi umanistici che ingloba saperi divergenti, ibridi e tradizionalmente estranei al sistema delle arti liberali, dalle scienze sperimentali a quelle sociologiche, alla galassia di conoscenze tecniche e speculative che ruota intorno alle tecnologie dell\u2019informazione. Siccome <em>humani nihil a me alieno puto<\/em>, mi prendo il rischio di difendere non la \u201cbiopoetica\u201d, ma addirittura le <em>humanities<\/em>; salgo in sella alla bomba, e cerco di capire perch\u00e9 gli aggiornamenti della tradizione umanistica, a cominciare dal confronto con la biologia e le neuroscienze, sono non solo utili ma di importanza vitale per la persistenza stessa delle pratiche di lettura e di scrittura nel mondo che ci si prepara. Dalla capacit\u00e0 di modellare un\u2019idea delle <em>humanities <\/em>compatibile con le conoscenze che stanno trasformando l\u2019immagine dell\u2019umano non dipende soltanto il destino metodologico della critica letteraria, o l\u2019esito di uno scontro tra diverse idee della letteratura, ma la possibilit\u00e0 di situare le arti della parola nel contesto di una serie di mutazioni del sistema dei discorsi e delle pratiche simboliche che hanno la portata di una rivoluzione copernicana. Declassare a frenesia da aggiornamento dettata dalla moda questo cambiamento di paradigma che ogni giorno, in ogni campo, letteralmente sfila la terra sotto ai piedi degli interpreti, comporta quantomeno un rischio di ritorsione della satira: di fronte a Homais potrebbe materializzarsi l\u2019ombra di Simplicio.<\/p>\n<ol start=\"3\">\n<li><strong> Zooming-out<\/strong><\/li>\n<\/ol>\n<p>Sarebbe scorretto, tuttavia, liquidare la critica di Marchesini come \u201cconservatrice\u201d: la satira flaubertiana, al contrario, rappresenta la forma <em>moderna <\/em>per eccellenza del rapporto col sapere. Un rapporto minato dal sospetto sistematico che il progresso abbia a che fare con le macchinazioni del potere, secondo il nesso proverbiale messo in luce da Foucault, Aristotele postmoderno che con ogni probabilit\u00e0 risulter\u00e0 a Marchesini uno sgradito compagno di viaggio. Ma, a prescindere da quale sia l\u2019<em>auctoritas<\/em> di riferimento, \u00e8 innegabile che la modernit\u00e0 avanzata applichi agli aggiornamenti del sapere una critica negativa quasi automatica: ogni presunto avanzamento \u00e8 fatalmente esposto al ripiegamento implicito nella dialettica dell\u2019illuminismo, che rende la ragione un dispositivo dell\u2019oppressione e della mistificazione. Non a caso, per trovare satire \u201cprogressiste\u201d del sapere bisogna <em>arretrare<\/em> alla fede illuminista nella razionalit\u00e0, o addirittura al candore umanistico-rinascimentale. Risalire, cio\u00e8, alla postura mentale di momenti storici in cui la lotta contro le inerzie della conoscenza assumeva le dimensioni di un rivolgimento paradigmatico e definiva una nuova idea del cosmo. Per quanto paradossale possa sembrare una riattivazione della fiducia progressiva nella conoscenza nel nostro presente emergenziale, per comprendere la sfida implicita nella costituzione delle <em>humanities<\/em> bisogna accettare l\u2019idea che ci stiamo trasferendo da un sistema tolemaico a uno copernicano, e che quindi abbiamo il compito di immaginare una nuova cosmologia. Il cannocchiale di Marchesini, invece, \u00e8 <em>aristotelico<\/em>: \u00e8 efficientissimo nell\u2019osservare un cielo sostanzialmente immobile, ma le sue lenti non riescono a mettere a fuoco le costellazioni in movimento del sistema comunicativo contemporaneo.<br \/>\nLa metafora cosmologica \u00e8 allo stesso tempo esorbitante e anacronistica, e <em>pour cause<\/em>: serve a segnalare che la discussione sulla riformulazione degli studi umanistici si inscrive all\u2019interno di un rivolgimento epocale dei contesti comunicativi e simbolici, che non pu\u00f2 lasciare inalterati i metodi di comprensione ed elaborazione di quei particolari scambi linguistici che chiamiamo <em>letteratura<\/em>. Allo stesso tempo, l\u2019anacronismo segnala la miopia con cui la cultura umanistica, e letteraria in particolare, fronteggia questa trasformazione, spesso negata, ignorata o minimizzata con la stessa eroica ostinazione con cui Simplicio si rifiutava di guardare nel cannocchiale.<br \/>\nLe implicazioni ottiche e prospettiche di questa metafora del resto sono autorizzate proprio da una delle obiezioni fondamentali, e indubbiamente fondate, che Marchesini muove ai tentativi della \u201cbiopoetica\u201d: le teorie si muovono a un livello di astrazione che ne impedisce l\u2019applicazione, la cornice non dice niente del quadro, i principi non calano mai a confrontarsi con quelli che dovrebbero essere gli oggetti della loro indagine, ovvero i testi.<br \/>\n\u00c8 come se queste teorie introducessero una incompatibilit\u00e0 di scala tra l\u2019ampiezza storica e concettuale dei fenomeni che cercano di inquadrare, e l\u2019individualit\u00e0 dei testi, refrattari ad aderire alla rigidit\u00e0 totalizzante dei metodi. Ma \u00e8 proprio questo salto di scala a costituire, a mio modo di vedere, l\u2019interesse \u201ccosmogonico\u201d delle <em>humanites<\/em>, ovvero il tentativo di espandere il quadro di riferimento, di rimettere a fuoco il telescopio per cogliere dei macro-movimenti che sfuggono allo sguardo ravvicinato dell\u2019interprete tolemaico. Non rispondevano a un\u2019esigenza troppo dissimile, come lo stesso Marchesini ricorda, le innovazioni metodologiche proposte negli anni da <a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=33302\">Franco Moretti<\/a>, il cui lavoro ha posto per la prima volta con chiarezza il problema di integrare la tradizione dell\u2019auscultazione ravvicinata dei testi con un approccio aggregativo che consentisse di dare conto di fenomeni quantitativi, che permettesse di visualizzare i flussi e le reti della circolazione letteraria. Il <em>distant-reading<\/em> ha creato una nuova cartografia della letteratura, dentro la quale anche i singoli testi hanno assunto significati inediti, e una diversa modalit\u00e0 di esistenza.<br \/>\nAnalogamente, le <em>humanities <\/em>allargano il campo di indagine, attuano una sorta di <em>zoom-out <\/em>per risituare i fenomeni letterari e artistici sulla mappa del mondo allestita dai saperi contemporanei. Per cartografare non pi\u00f9 (o non solo) i movimenti della letteratura globale, ma alcuni territori nascosti nelle pieghe del tempo e occultati dalla ripetizione dei metodi interpretativi tradizionali; territori di indagine alle soglie dei quali l\u2019analisi letteraria si \u00e8 sempre fermata per mancanza di strumenti, pi\u00f9 che per carenza di interesse. Lo sviluppo degli strumenti diagnostici, del resto, \u00e8 uno dei fattori che rendono l\u2019interpretazione della letteratura mutevole nel tempo, almeno secondo quanto scrive Debenedetti nel suo generoso tentativo di giustificare le forme di incomprensione che trova nella critica di Croce:<\/p>\n<blockquote><p>Noi disponiamo semplicemente di altri strumenti di osservazione, e forse anche nelle discipline letterarie e umanistiche, come nella fisica, il progresso delle scoperte e delle conoscenze va di pari passo con l\u2019affinarsi degli strumenti di osservazione. Insomma, noi possiamo, non \u00e8 merito nostro, guardare la poesia coi raggi infrarossi e ultravioletti.<\/p><\/blockquote>\n<p>La critica letteraria ha a disposizione adesso navigatori satellitari che le consentono di spingersi dentro l\u2019intricata e inesplorata boscaglia della biologia della creativit\u00e0. Davvero <em>fatti non fummo <\/em>per provare a vedere cosa succede in quel territorio \u00abbrumoso e indelimitabile\u00bb, citando gli aggettivi utilizzati da <a href=\"https:\/\/blogs.history.qmul.ac.uk\/litcaricature\/2019\/03\/20\/video-didnt-kill-the-radio-star\/\">Garboli<\/a> per indicare la zona di indeterminazione tra la vita e l\u2019opera?<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/blogs.history.qmul.ac.uk\/litcaricature\/2019\/05\/08\/doctor-strangelove\/2001-odissea-nello-spazio-spiegazione-223\/\" rel=\"attachment wp-att-688\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-large wp-image-688\" src=\"https:\/\/blogs.history.qmul.ac.uk\/litcaricature\/files\/2019\/05\/2001-Odissea-nello-spazio-spiegazione-223-1024x512.jpeg\" alt=\"\" width=\"584\" height=\"292\" srcset=\"https:\/\/blogs.history.qmul.ac.uk\/litcaricature\/files\/2019\/05\/2001-Odissea-nello-spazio-spiegazione-223.jpeg 1024w, https:\/\/blogs.history.qmul.ac.uk\/litcaricature\/files\/2019\/05\/2001-Odissea-nello-spazio-spiegazione-223-300x150.jpeg 300w, https:\/\/blogs.history.qmul.ac.uk\/litcaricature\/files\/2019\/05\/2001-Odissea-nello-spazio-spiegazione-223-768x384.jpeg 768w, https:\/\/blogs.history.qmul.ac.uk\/litcaricature\/files\/2019\/05\/2001-Odissea-nello-spazio-spiegazione-223-500x250.jpeg 500w\" sizes=\"auto, (max-width: 584px) 100vw, 584px\" \/><\/a><\/p>\n<ol start=\"4\">\n<li><strong> Prepararsi alla migrazione<\/strong><\/li>\n<\/ol>\n<p>Nelle cartografie allargate delle <em>humanities<\/em> rientrano dunque, da un lato, i processi generativi delle idee e della creativit\u00e0, l\u2019origine cognitiva dei segni e delle rappresentazioni, le loro interazioni con fattori radicati nella biologia del corpo e del cervello. Dall\u2019altro i tempi lunghi dell\u2019evoluzione culturale, i processi profondi che hanno dato forma alle pratiche simboliche dei gruppi umani, considerati nei loro snodi storico-antropologici macroscopici. \u00c8 naturale che questo sguardo implichi un rapporto mutato, e per certi aspetti incommensurabile, con i singoli testi della tradizione letteraria: che tra l\u2019osso scheggiato e un verso di Leopardi ci sia una distanza vertiginosa sta nelle premesse; la scintilla di una conoscenza possibile, e inedita, scaturisce proprio dall\u2019opportunit\u00e0 di concepire questo accostamento, dal <em>montaggio <\/em>che suggerisce interpretazioni dell\u2019osso e del verso come risultati di una stessa attitudine umana alla manipolazione dell\u2019ambiente.<br \/>\nOpporre a questa prospettiva di conoscenza sintetica che modifica non solo le metodologie, ma la percezione stessa degli oggetti studiati e della loro collocazione nel sistema delle creazioni umane, la densit\u00e0 e l\u2019intimit\u00e0 del <em>close-reading <\/em>significa, ancora, sostare nelle certezze di un cosmo tolemaico. Forse il problema non \u00e8 che le teorie sono reti a maglie troppo larghe per pescare i pesci della letteratura; forse \u00e8 il culto dell\u2019analisi <em>assoluta <\/em>del testo che rischia di diventare cieco rispetto alle occasioni di conoscenza e alle mutazioni di sistema che le <em>humanities<\/em> stanno cercando di rendere percepibili. Non si tratta soltanto di trovare un nuovo modo di studiare le stesse cose, di aggiungere qualche -ismo alla schiera di sotto-discipline di cui sono piene le fosse: si tratta di riscrivere la storia dell\u2019interscambio tra l\u2019arte e l\u2019intelligenza umana, e di farlo in un momento in cui l\u2019intelligenza umana \u00e8 posta di fronte a tensioni senza precedenti, che ne sfidano la continuit\u00e0 storica e la riconoscibilit\u00e0, se non addirittura la sopravvivenza.<br \/>\nNon si pu\u00f2 capire infatti la necessit\u00e0 dello <em>zoom-out<\/em> operato dalle <em>humanities<\/em> se non si considera la trasformazione radicale delle pratiche di significazione seguita all\u2019espansione delle tecnologie della comunicazione e agli smottamenti che ha provocato nelle forme di vita degli esseri umani. Questa immane riconfigurazione dell\u2019attivit\u00e0 antropica reclama una ridefinizione dei saperi paragonabile alla costruzione di una nuova cosmologia, all\u2019interno della quale tutto ci\u00f2 che sappiamo delle <em>cose scritte<\/em>, e tutto ci\u00f2 che con esse <em>facciamo<\/em>, chiede di essere riformulato. E non necessariamente perch\u00e9 questi fossili dell\u2019umanit\u00e0 1.0 siano destinati a estinguersi, ma perch\u00e9 la loro ricollocazione nel sistema delle attivit\u00e0 umane pu\u00f2 aprire nuovi e impensati orizzonti di senso.<br \/>\nNel suo ultimo libro <em>La quarta rivoluzione <\/em>Luciano Floridi, docente di filosofia ed etica dell\u2019informazione a Oxford, parla di una accelerazione cos\u00ec travolgente delle pratiche di organizzazione della realt\u00e0 da richiedere non solo nuove strategie interpretative ed educative locali, ma una rinnovata filosofia della storia che sia in grado di situare il nostro presente in uno schema storico aggiornato. Stiamo entrando \u2013 siamo gi\u00e0 entrati \u2013 in una nuova \u201cera\u201d dello sviluppo umano, che Floridi chiama <em>iperstoria<\/em>, nella quale per la prima volta le tecnologie dell\u2019informazione non si limitano a registrare le attivit\u00e0 umane, ma le determinano, attribuendo loro valore e significato. L\u2019umanit\u00e0 vive immersa in un <em>elemento<\/em>, l\u2019informazione, che ne struttura l\u2019esistenza e le interazioni; la comprensione dell\u2019infosfera impone l\u2019elaborazione di<\/p>\n<blockquote><p>una nuova filosofia della natura, una rinnovata antropologia filosofica, un ambientalismo sintetico che possa fungere da ponte tra noi e il mondo, e da collante di una nuova filosofia politica.<\/p><\/blockquote>\n<p>Considerata la situazione da questa <em>distanza<\/em>, fa quasi sorridere che si possa pensare di mantenere un segmento cos\u00ec infinitesimo dell\u2019infosfera come la \u201ccritica letteraria\u201d in una sospensione che la preservi intatta. Per di pi\u00f9, un momento in cui l\u2019informazione assume la rilevanza dell\u2019ossigeno per la conservazione della specie umana sembrerebbe il pi\u00f9 promettente di sempre per chi studia le parole e i prodotti dell\u2019intelligenza; in un\u2019epoca plasmata dalla comunicazione suonano assurdi, e stridenti, i lai di chi lamenta la marginalit\u00e0 e la crisi delle <em>arti del discorso<\/em>. La marginalit\u00e0 \u00e8 data semmai dall\u2019auto-condanna a sostare nel sistema tolemaico, dall\u2019ostinazione a trattare i discorsi umani secondo i parametri di un mondo che ci stiamo lasciando alle spalle.<br \/>\nLe <em>humanities<\/em>, al contrario, cercano di rispondere agli smottamenti cognitivi ed epistemologici prodotti da questa frattura epocale proprio con l\u2019allargamento del campo visivo e della mappatura dei fenomeni culturali: di fronte all\u2019ipotesi di entrare in una nuova fase dell\u2019intelligenza umana, lo studio della cultura <em>arretra <\/em>il proprio punto di vista per avere una maggiore ampiezza di campo, e considerare i fenomeni artistici da una prospettiva che comprenda i tempi lunghi pre-storici e le premesse biologiche della creativit\u00e0. Le ricognizioni telescopiche additate da Marchesini contengono lo sforzo di sintetizzare le grandi tappe della <em>homificatio <\/em>del mondo, le strategie di significazione con cui l\u2019essere umano, a partire dal proprio corpo e dalle proprie facolt\u00e0 mentali, ha dato senso al mondo e lo ha reso abitabile. \u00c8 solo <em>comprimendo <\/em>\u2013 in senso informatico \u2013 e rendendo <em>interoperabile<\/em> il proprio patrimonio di pratiche che le <em>humanities<\/em> possono entrare nel cosmo che viene e contribuire a dargli forma. L\u2019umanit\u00e0 intera si prepara a migrare in un ambiente incognito e minaccioso, e cerca di attrezzarsi con una mappa degli strumenti che ha a disposizione, e con un manuale d\u2019istruzioni del loro funzionamento. In questo contesto, \u00e8 semplicemente assurdo pensare di poter isolare il significato della letteratura sganciandolo da quello che accade nell\u2019universo della significazione. A meno che non si sia rassegnati a un lavoro puramente archeologico, o meglio di antiquariato, proponendosi come custodi e interpreti di oggetti inerti, inesorabilmente consegnati al passato, strumenti di un culto antico che non ambisce ad alcuna relazione viva con il presente.<\/p>\n<ol start=\"5\">\n<li><strong> Ridisegnare il campo <\/strong><\/li>\n<\/ol>\n<p>\u00c8 chiaro, e non credo che affermarlo apertamente rafforzi le argomentazioni dei detrattori, che gli spostamenti impliciti nelle <em>humanities <\/em>contengono anche una strategia di riposizionamento delle discipline umanistiche nel campo di forze dei saperi contemporanei. Si tratta di una lotta, questa s\u00ec, darwiniana, per la sopravvivenza di un patrimonio di conoscenze che, per poter resistere in un ambiente profondamente mutato, ha bisogno a sua volta di mutare e adattarsi. Guardare a questo tipo di mutazione come a una mossa opportunistica, una <em>svendita <\/em>del sapere e un suo ignobile adeguamento alle imposizioni del sistema, \u00e8 un ben noto riflesso condizionato riconducibile al mito snobistico, e un po\u2019 ingenuo, che vuole l\u2019attivit\u00e0 umanistica completamente disinteressata ed eternamente <em>non implicata<\/em>. Le <em>humanities<\/em>, al contrario, contengono la consapevolezza, ereditata se non altro dalla lucida verifica dei poteri e dei rapporti di forza messa in atto da Bourdieu, che l\u2019estraneit\u00e0 della cultura umanistica alle configurazioni del presente \u00e8, nel migliore dei casi, un\u2019illusione ottica. Per tenere vivo l\u2019attrito e la produzione di sapere indipendente che la cultura umanistica ha sempre garantito <em>all\u2019interno <\/em>dei sistemi sociali, \u00e8 necessario comprendere innanzitutto la lingua di questi sistemi, e parlarla. Ed \u00e8 necessario \u201ctenere delle posizioni\u201d che garantiscano la presenza del metodo umanistico nei contesti educativi istituzionali. Altrimenti, mentre noi ci illudiamo di non occuparci del sistema, il sistema si occupa di noi, e lo fa generalmente provocando compressioni di spazio, riduzione dell\u2019agibilit\u00e0, marginalizzazione. Non solo non \u00e8 scandaloso che gli studi umanistici cerchino una rilegittimazione sociale elaborando e assorbendo gli stimoli che provengono dall\u2019avanguardia dei saperi \u201corganici\u201d: \u00e8 doveroso. Spiegare <em>perch\u00e9<\/em>, a fronte dell\u2019emergere di conoscenza nuove, alcuni aspetti della cultura umana vanno preservati, <em>a che cosa servono <\/em>l\u2019arte e la letteratura nel contesto di vita attuale (abominio! ma forse \u00e8 davvero tempo di infrangere anche il tab\u00f9 dell\u2019<em>utilit\u00e0<\/em>, magari opponendo all\u2019utilitarismo economico e pragmatico un \u201cuso dei saperi\u201d sul piano cognitivo ed esistenziale) e che ruolo devono avere nel sistema educativo, \u00e8 parte integrante delle responsabilit\u00e0 sociali di chi si occupa \u2013 e magari viene pagato per farlo \u2013 della trasmissione della conoscenza.<br \/>\nDel resto, le <em>humanities <\/em>e in particolare le loro contaminazioni \u201cbiopoetiche\u201d non rispondono solamente a una pressione esterna alla cultura umanistica, proveniente dal sistema tecno-scientifico e comunicativo. Si tratta anche di un sommovimento <em>interno <\/em>al campo, quasi una resa dei conti con le tendenze della teoria e della critica artistica e letteraria dominanti nella seconda met\u00e0 del secolo scorso. A decenni di egemonia degli approcci culturalisti e post-strutturalisti, semiologici e discorsivisti, che avevano <em>astratto <\/em>i processi creativi rendendoli analizzabili esclusivamente nello loro componente segnica, espellendo i riferimenti materiali, biografici e \u201cconcreti\u201d per relegarli sullo sfondo del contenuto politico delle opere, le <em>humanities <\/em>hanno risposto col tentativo diffuso di radicare nuovamente le forme culturali nelle forme di vita, di ricondurre la creativit\u00e0 a processi <em>incorporati<\/em>. E se \u00e8 vero che questo movimento ha rischiato, come Marchesini ripete frequentemente, di istituire il Corpo come feticcio concettuale e altrettanto astratto, nei tentativi biopoetici \u00e8 attiva proprio l\u2019intenzione di precisare in che senso il corpo funziona come catalizzatore della creazione, in che modo si pu\u00f2 affermare concretamente che la scrittura si distacca dal corpo e parla al corpo, e mette in risonanza i corpi. Per ribadire che nelle dinamiche corporee sulle quali si innestano le forme artistiche risiede gran parte della loro efficacia, del loro <em>significato <\/em>per la vita umana.<br \/>\nNaturalmente, questo approccio genera resistenze e diffidenze, anche legittime e validamente argomentate, che mettono in guardia contro il pericolo di sintesi neopositiviste o di spericolati riduzionismi. Per questo \u00e8 ancora pi\u00f9 interessante constatare quanto pu\u00f2 essere prolifico lo <em>zoom-out<\/em> delle <em>humanities <\/em>nei casi in cui il dialogo con le convinzioni scientifiche muove da un\u2019intenzione fermamente anti-riduzionista, ed esplicitamente polemica, come nel caso del bellissimo libro <em>Le illusioni della certezza <\/em>di Siri Hustvedt.<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/blogs.history.qmul.ac.uk\/litcaricature\/2019\/05\/08\/doctor-strangelove\/hustvedt\/\" rel=\"attachment wp-att-689\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-689\" src=\"https:\/\/blogs.history.qmul.ac.uk\/litcaricature\/files\/2019\/05\/hustvedt.jpg\" alt=\"\" width=\"767\" height=\"575\" srcset=\"https:\/\/blogs.history.qmul.ac.uk\/litcaricature\/files\/2019\/05\/hustvedt.jpg 767w, https:\/\/blogs.history.qmul.ac.uk\/litcaricature\/files\/2019\/05\/hustvedt-300x225.jpg 300w, https:\/\/blogs.history.qmul.ac.uk\/litcaricature\/files\/2019\/05\/hustvedt-400x300.jpg 400w\" sizes=\"auto, (max-width: 767px) 100vw, 767px\" \/><\/a><\/p>\n<ol start=\"6\">\n<li><strong> Sabotare le certezze <\/strong><\/li>\n<\/ol>\n<p>Muovendo dalle semplificazioni e dalle banalizzazioni della divulgazione scientifica, e da una critica serrata del paradigma \u201cneuroculturale\u201d che fa di ogni correlazione tra attivit\u00e0 cerebrali e fenomeni psicologico-comportamentali un rigido rapporto causa-effetto, Hustvedt interroga con competenza le interazioni tra <em>\u00a0<\/em>habitat biologici e habitat culturali per mostrare quanta potenziale creativit\u00e0 <em>divergente<\/em> \u00e8 contenuta nella scintilla generata dall\u2019attrito di queste due realt\u00e0 apparentemente (e per certi aspetti concretamente) incommensurabili. Ma \u00e8 proprio la comprensione profonda della ricerca scientifica che permette a Hustvedt di lottare contro la banalizzazione e i luoghi comuni scientisti: Hustvedt non si sottrae al confronto e anzi spinge a fondo l\u2019indagine sull\u2019impasto inestricabile di natura e cultura, sulle loro interazioni e determinazioni reciproche, sulla creazione artificiale e convenzionale del confine che le separa e della dialettica che le contrappone. Solo lo <em>zoom-out<\/em> per\u00f2, solo l\u2019inclusione della ricerca scientifica nell\u2019orizzonte dei saperi umanistici permette la negazione del confine, la contestazione di un\u2019organizzazione binaria della conoscenza e della realt\u00e0, che dovrebbe essere uno degli obiettivi principali delle ricerche \u201cbiopoetiche\u201d e delle <em>humanities<\/em> in generale. Del resto, rifiutando l\u2019interrogazione delle radici biologiche delle forme culturali l\u2019umanista rischia di stabilire una perversa alleanza con il riduzionismo scientista e con il pensiero binario: noi di qua, voi di l\u00e0, a noi lo spirito, a voi la materia, senza indebite invasioni di campo. Un atteggiamento che avrebbe come risultato un dominio incontrastato del paradigma scientifico \u201cduro\u201d, una presa in custodia dei corpi e delle menti da parte dello scientismo attraverso l\u2019elaborazione e l\u2019applicazione di teorie discutibili quando non apertamente inquietanti.<br \/>\nIl lavoro di Hustvedt invece dimostra soprattutto che la cultura <em>retroagisce <\/em>sulla biologia e sulla fisiologia, che le interazioni e le immaginazioni umane, le variazioni dei contesti e degli ambienti, hanno il potere di plasmare le forme di vita. Sono le stesse ricerche scientifiche, quando adeguatamente comprese e comunicate, a negare il dualismo natura\/cultura, a scardinare le costrizioni del pensiero binario. Una seria lettura <em>umanistica<\/em> delle evidenze scientifiche permette di valorizzare la plasticit\u00e0, la flessibilit\u00e0, la malleabilit\u00e0 della materia, che pu\u00f2 prendere forme inattese e multidirezionali, potenzialmente infinite. Il nostro cervello, e proprio nella sua biologia e fisiologia, \u00e8 pi\u00f9 flessibile, <em>molle<\/em>, multiforme, accogliente, plasmabile di quanto non appaia nella descrizione rigida della divulgazione scientifica. E a chi, se non agli studi umanistici, spetta la difesa e la valorizzazione della flessibilit\u00e0 del cervello? Tuttavia, come Hustvedt rende evidente, non \u00e8 pi\u00f9 possibile affermare la differenza senza accettare gli orizzonti di significato dei saperi emergenti e senza poter <em>manipolare <\/em>le descrizioni dell\u2019umano che questi saperi propongono. Solo uscendo dallo schema binario che agisce anche nell\u2019ordine dei saperi si possono combattere le semplificazioni della cattiva \u2013 e interessata \u2013 divulgazione.<br \/>\nIn questo senso, \u00e8 vitale che la cultura umanistica prenda parte alla costruzione del discorso scientifico, non solo per monitorare le forzature e le banalizzazioni, ma per <em>pensare <\/em>insieme alle scienze sperimentali le potenzialit\u00e0 delle forme di vita. Come si ripete spesso, e come anche Hustvedt sottolinea, la filosofia, e la letteratura, si sono sempre <em>occupate <\/em>del problema del rapporto tra il corpo e la mente. Si potrebbe dire che non si siano occupate d\u2019altro, e che la storia della cultura si riassuma nel tentativo inesausto di rispondere alle domande su ci\u00f2 che lega la materia e lo spirito, sull\u2019origine della coscienza, sulla fisiologia della mente. L\u2019enfasi eccessiva sulla novit\u00e0, la creazione stessa di una categoria come \u201cbiopoetica\u201d, costruisce una retorica che relega questa interrogazione nient\u2019affatto inedita nel campo del <em>nuovismo<\/em>, con il conseguente portato di stupidit\u00e0 che legittima l\u2019applicazione del discorso satirico. Bisognerebbe rovesciare la coazione al nuovo e affermare che la prima biopoetica della storia \u00e8 la <em>Poetica <\/em>aristotelica, e che Aristotele stesso era un neuroscienziato: e non perch\u00e9, come nelle affermazioni avventate del celebre libro <em>Proust era un neuroscienziato <\/em>criticato da Hustvedt, le sue risposte abbiano anticipato le \u201cscoperte\u201d delle neuroscienze; ma perch\u00e9 le sue domande contenevano la stessa <em>oltranza<\/em>, la stessa volont\u00e0 di costruire un\u2019immagine integrata della creativit\u00e0, che \u00e8 delle <em>humanities<\/em> come si vorrebbe intenderle qui.<br \/>\nQuesto tipo di comprensione ancipite, questa interrogazione della letteratura come fenomeno <em>organico<\/em>, \u00e8 sempre esistita, e sempre ha cercato di dirsi attraverso i linguaggi anche settoriali disponibili nelle diverse epoche. Renata Gambino e Grazia Pulvirenti, dell\u2019Universit\u00e0 di Catania, hanno pubblicato recentemente un libro intitolato <em>Storie Menti Mondi<\/em>, in cui allo sforzo rigoroso di sistemazione dei principi di una teoria della lettura che chiamano \u201cneuroermeneutica\u201d, si affianca la ricognizione storica di formulazioni \u201cbiopoetiche\u201d in autori antichi e moderni, il riconoscimento di preoccupazioni \u201cneurocognitive\u201d che attraversano la riflessione di scrittori e teorici. E a questo tipo di proficuo anacronismo le due stesse autrici hanno dedicato il volume gemello <em>La mente narrativa di Heinrich von Kleist<\/em>, in cui indagano un caso specifico, e particolarmente significativo, di ricerca biopoetica <em>avant la lettre<\/em>.<\/p>\n<ol start=\"7\">\n<li><strong> La lingua delle <em>humanities<\/em><\/strong><\/li>\n<\/ol>\n<p>Certamente esiste il rischio, segnalato da Marchesini con severit\u00e0 di grammatico e reso evidente anche dal confronto tra i tentativi accademici e un libro come quello di Hustvedt, che lo sforzo teorico si ritrovi ingessato in una trattatistica ostica, il cui linguaggio, nel tentativo di tradurre concetti complessi e di aderire a un andamento argomentativo rigoroso, pu\u00f2 assumere una densit\u00e0 opacizzante. \u00c8 un problema concreto che grava anche sugli esempi migliori, ma che non pu\u00f2 certo essere imputato in toto alla \u201cbiopoetica\u201d: ci\u00f2 che opprime la saggistica letteraria, e non da oggi, \u00e8 semmai il gergo accademico, la rigidit\u00e0 e la standardizzazione del linguaggio della ricerca, perseguite nel tentativo di accreditare l\u2019oggettivit\u00e0 degli studi affidandoli a una lingua asettica, anti-espressiva e al limite anti-comunicativa. Ma questi sono tutti tratti riconducibili alla comunicazione universitaria, alle costrizioni che il sistema accademico e i suoi dispositivi di riproduzione impongono alla scrittura, all\u2019indebolimento anche editoriale della saggistica, e non al tipo di saperi che vengono convocati nel discorso letterario. Anche un impeccabile saggio filologico pu\u00f2 essere illeggibile, oggi \u2013 specialmente un impeccabile saggio filologico, verrebbe da dire \u2013 e paradossalmente aderente ai criteri della valutazione universitaria. Tuttavia, Marchesini ponendo questo problema segnala una necessit\u00e0 reale, al di l\u00e0 dell\u2019accanimento (re)censorio: serve una lingua che riesca a mettere in circolazione i saperi delle <em>humanities <\/em>rompendo la rigidit\u00e0 dei linguaggi settoriali, diradando le nebbie del gergo e cercando una comunicazione efficace. Uno dei pi\u00f9 grandi saggisti del Novecento, Giacomo Debenedetti, ha trovato il modo di assorbire dentro la propria lingua critica dall\u2019andamento romanzesco, dentro i colori della sua prosa espressiva e comunicativa, le intuizioni della psicoanalisi, dell\u2019antropologia, della fisica quantistica. Sciogliendo i gerghi nella fluidit\u00e0 dello stile, Debenedetti ha reso plausibile l\u2019apporto di discipline <em>aliene<\/em> al sapere letterario, riducendo l\u2019attrito e davvero cancellando il confine tra diverse modalit\u00e0 della conoscenza. Non \u00e8 semplice ripetere un\u2019operazione cos\u00ec unica, ma se la saggistica novecentesca ci ha lasciato un metodo, sta proprio nella capacit\u00e0 di <em>raccontare <\/em>la convergenza dei saperi e delle descrizioni del mondo, e non c\u2019\u00e8 nessun motivo per cui ci\u00f2 che \u00e8 stato possibile fare con la psicoanalisi non possa essere fatto con la neurobiologia, o con la scienza dell\u2019informazione.<br \/>\nTrovare questa lingua significa anche trovare lo strumento che riconnette le grandi mappature teoriche ai singoli testi, che impedisce agli schemi storici, o metastorici, di soffocare l\u2019atto irriducibile della <em>lettura<\/em>. Come scrive Floridi, per poter utilizzare la vertiginosa quantit\u00e0 di dati che circolano nell\u2019infosfera, per poter estrarre senso e valore dal loro inarrestabile fluire, \u00e8 necessario individuare <em>pattern <\/em>significativi, \u00abstrutture di piccola scala\u00bb che permettano di riconoscere e isolare punti di addensamento, increspature qualitative della grande superficie della comunicazione.<\/p>\n<blockquote><p>Poich\u00e9, oggi, possono essere generati e processati cos\u00ec tanti dati, in modo veloce, economico e potenzialmente su tutto, la difficolt\u00e0 che grava sui <em>nuovi ricchi<\/em>, da Facebook a Walmart, da Amazon a Google, e sulla <em>vecchia fortuna<\/em> dei dati, dalla genetica alla medicina, dalla fisica sperimentale alle neuroscienze, \u00e8 proprio quella d\u2019individuare dove reperire, in tali immensi database, nuovi pattern dotati di valore aggiunto, e in che modo questi possano essere sfruttati per la creazione di ricchezza, lo sviluppo delle vite umane e il progresso della conoscenza.<\/p><\/blockquote>\n<p>Queste strutture di piccola scala, questi addensamenti locali di significato, somigliano davvero molto ai vecchi <em>testi<\/em>, e richiedono una comprensione ravvicinata che pone, dice efficacemente Floridi, \u00abun problema di potenza intellettiva e non computazionale\u00bb. Un problema di <em>critica<\/em>, potremmo tradurre, che sfida per\u00f2 la critica a mettersi nelle condizioni di comprendere, riconoscere e intercettare queste strutture di significato a partire dalla loro collocazione in una costellazione di fenomeni e conoscenze molto pi\u00f9 estesa e co-implicata di quelle tradizionali. La \u201cbiopoetica\u201d \u00e8 solo un elemento di questa costellazione, un segmento del quadro: la critica dell\u2019infosfera dovr\u00e0 essere molto pi\u00f9 interdisciplinare di quanto non sia oggi, non certo di meno! E pazienza se questo significher\u00e0 lasciar andare qualche frammento di conoscenza intensiva, perdere in densit\u00e0, modificare la qualit\u00e0 dell\u2019esperienza di lettura. <em>Lasciar andare <\/em>\u00e8 ci\u00f2 che ci viene richiesto, sempre, nel corso delle grandi transizioni.<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/blogs.history.qmul.ac.uk\/litcaricature\/2019\/05\/08\/doctor-strangelove\/carlomoggia\/\" rel=\"attachment wp-att-690\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-large wp-image-690\" src=\"https:\/\/blogs.history.qmul.ac.uk\/litcaricature\/files\/2019\/05\/carlomoggia-1024x538.jpg\" alt=\"\" width=\"584\" height=\"307\" srcset=\"https:\/\/blogs.history.qmul.ac.uk\/litcaricature\/files\/2019\/05\/carlomoggia-1024x538.jpg 1024w, https:\/\/blogs.history.qmul.ac.uk\/litcaricature\/files\/2019\/05\/carlomoggia-300x158.jpg 300w, https:\/\/blogs.history.qmul.ac.uk\/litcaricature\/files\/2019\/05\/carlomoggia-768x403.jpg 768w, https:\/\/blogs.history.qmul.ac.uk\/litcaricature\/files\/2019\/05\/carlomoggia-500x263.jpg 500w, https:\/\/blogs.history.qmul.ac.uk\/litcaricature\/files\/2019\/05\/carlomoggia.jpg 1200w\" sizes=\"auto, (max-width: 584px) 100vw, 584px\" \/><\/a><\/p>\n<ol start=\"8\">\n<li><strong> Congedo<\/strong><\/li>\n<\/ol>\n<p>La malinconia di Marchesini del resto, la sua perplessit\u00e0 pi\u00f9 profonda e sentita, tanto da arrivare a sfiorare il lirismo, non riguarda la difesa dei metodi, delle tradizioni interpretative, o di una certa idea di umanesimo, ma si riferisce a un tipo di <em>esperienza <\/em>del fatto artistico, che \u00e8 connesso a un\u2019antropologia, a un\u2019idea complessiva dell\u2019essere umano. Nonostante tutto, dice Marchesini, restiamo i figli della rivoluzione romantica, in balia degli stessi terrori e tremori dell\u2019individuo moderno, soli nell\u2019universo e con la stessa individualistica necessit\u00e0 di trovare senso di volta in volta a ogni singolo fenomeno, risposte provvisorie a ogni singolo problema. Nessuna rifondazione teorica potr\u00e0 cambiare questa verit\u00e0 esistenziale immutabile, di fronte alla quale per giunta la letteratura \u00e8 solo una delle risposte possibili, non per forza <em>necessaria<\/em>, e anzi piuttosto residuale. \u00c8 un\u2019idea epigonica, \u201cdebole\u201d, della letteratura e della conoscenza, affascinante nel suo rovescio prometeico e consonante con tante teorie della minorit\u00e0 e della differenza che si sono rincorse alla fine del Novecento. Il brivido conoscitivo autentico contenuto nell\u2019idea delle <em>humanities<\/em>, tuttavia, quello a cui i detrattori sembrano resistere pi\u00f9 tenacemente, \u00e8 l\u2019ipotesi che sia proprio questo assioma, questa idea irriducibile dell\u2019essere umano, a dover essere messa in discussione: e nel dirlo davvero mi sento di cavalcare la bomba che minaccia di estinguere un mondo, come nell\u2019immagine kubrickiana. Forse <em>quell\u2019individuo<\/em>, abituato a fare esperienza della cultura <em>in quel modo<\/em>, non esiste pi\u00f9: la nostra esperienza del mondo somiglia sempre di pi\u00f9, come \u00e8 stato detto, alla vita di uno <em>sciame<\/em>, in cui i confini dell\u2019individualit\u00e0 si vanno assottigliando, i movimenti del singolo si accordano a quelli collettivi, l\u2019intelligenza non \u00e8 puntuale ma diffusa. Come ha scritto Walter Siti in <em>Resistere non serve a niente<\/em>, viviamo come \u00aborganismi collettivi, colonie tipo i coralli o le spugne, compattati dalla scienza come nell\u2019alto medioevo <em>ci<\/em> compattava la religione\u00bb.<br \/>\nPossiamo decidere di studiarci in quanto barriere coralline, di comprendere come funziona questa vita <em>compattata <\/em>e che tipo di significati genera; oppure continueremo ad arrivare tardi, come Simplicio, senza renderci conto che la nostra gondola \u00e8 trattenuta dall\u2019azione delle maree. O a morire prendendocela con le stelle, da quei don Ferrante che siamo.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>The third issue of the journal\u00a0L&#8217;Et\u00e0 del Ferro\u00a0has just been released. In it I published the following text, responding to the harsh criticisms opposed to the assumption of neurocognitive perspectives in the study of literature, and more in general to &hellip; <a href=\"https:\/\/blogs.history.qmul.ac.uk\/litcaricature\/2019\/05\/08\/doctor-strangelove\/\">Continue reading <span class=\"meta-nav\">&rarr;<\/span><\/a><\/p>\n","protected":false},"author":22,"featured_media":0,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[2,3,4,5,6,1],"tags":[184,352,197,347,342,344,343,348,349,354,355,350,56,341,250,345,85,346,353,351],"class_list":["post-686","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-16th-century","category-17th-century","category-18th-century","category-19th-century","category-20th-century","category-uncategorized","tag-alberto-casadei","tag-aristotele","tag-cesare-garboli","tag-don-ferrante","tag-eta-del-ferro","tag-flaubert","tag-franco-moretti","tag-galileo","tag-giacomo-debendetti","tag-grazia-pulvirenti","tag-heinrich-von-kleist","tag-luciano-floridi","tag-manzoni","tag-matteo-marchesini","tag-michele-cometa","tag-moliere","tag-proust","tag-rabelais","tag-renata-gambino","tag-siri-hustvedt"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/blogs.history.qmul.ac.uk\/litcaricature\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/686","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/blogs.history.qmul.ac.uk\/litcaricature\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/blogs.history.qmul.ac.uk\/litcaricature\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/blogs.history.qmul.ac.uk\/litcaricature\/wp-json\/wp\/v2\/users\/22"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/blogs.history.qmul.ac.uk\/litcaricature\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=686"}],"version-history":[{"count":2,"href":"https:\/\/blogs.history.qmul.ac.uk\/litcaricature\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/686\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":693,"href":"https:\/\/blogs.history.qmul.ac.uk\/litcaricature\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/686\/revisions\/693"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/blogs.history.qmul.ac.uk\/litcaricature\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=686"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/blogs.history.qmul.ac.uk\/litcaricature\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=686"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/blogs.history.qmul.ac.uk\/litcaricature\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=686"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}